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09-08-2012 // Altri Sport - Atletica Leggera

Schwazer: "Grande errore". E dice addio all'Arma

Il marciatore altoatesino in conferenza stampa: "Ho fatto tutto da solo, sono andato in Turchia per comprare le prime dosi. Ho mentito a Carolina, mi vergogno tanto". E lascia i Carabinieri
Lacrime, vergogna ma la voglia di liberarsi di un peso e di chiudere una vicenda dolorosa, non tanto sportiva a questo punto quanto personale. Conferenza stampa forte quella di Alex Schwazer a Bolzano davanti ad una sala stracolma di giornalisti, per raccontare la sua verità: "L'anno scorso, dopo 3 anni molto duri per me e dopo gli Europei dissi che non avevo emozioni e avrei potuto smettere. A fine 2011 dopo una stagione travagliata dovevo prendere delle decisioni, e con le Olimpiadi davanti non ero più lucido e non sono riuscito a dire di no a questa tentazione di doparmi. Mi dispiace, ho fatto questo grande errore. Questa decisione l'ho presa da solo e ho deciso di non dirlo a nessuno, né alla mia fidanzata, né alla mia famiglia. Ho deciso così, era una cosa mia, non volevo metterei nei guai nessuno. Mi sono informato su internet e anche se dicono che non è possibile farlo da solo, lì ci sono indicazioni. Sono andato all'estero, in Turchia precisamente, ho preso in farmacia l'eritropoietina, ho messo sul bancone 1500 euro e il farmacista mi ha dato quello che volevo. È stato bruttissimo, prima non avevo mai usato prodotti dopanti e stare in una stanza da solo a fare questo è stato duro".

Poi la cronaca di come è andata: "Poi mi sono allenato come sempre. Il 13 luglio avevo controllo antidoping a Obersdorf, dove mi allenavo, e subito dopo ho iniziato a farmi le iniezioni di Epo. Questa tre settimane sono state terribili. Ogni giorno mi alzavo alle 2, 3, 4, 5 del mattino perché sapevo che dalle 6 poteva arrivare il controllo antidoping e dovevo dire alla mia fidanzata di non aprire, sennò ero positivo. Poi ho continuato ad allenarmi e mi sono ammalato. Stavo male davvero per la 20 km. Il 29 luglio mi sono fatto l'ultima iniezione a Oberstdorf, dove avevo dichiarato alla Wada che stavo. Quando lunedì 30 hanno suonato a casa mia, sapevo che era l'antidoping, ma non ho avuto la forza di dire a mia madre che non c'ero perché in 18 mesi potevo anche saltarne uno e non l'avevo mai fatto. Ma non ce la facevo più: non vedevo l'ora che finisse tutto. Poi due giorni fa è uscita la cosa dal Coni. Sono disperato perché ho buttato tutto, ma ora spero di poter fare una vita normale. Mi scuso con la mia fidanzata: non era facile dire che la medicina in frigo era vitamina B12 e non un'altra cosa, Ma lei non c'entra nulla".

Sulla conoscenza del dottor Ferrari, invischiato in vicende di doping e da molti visto come colui che lo ha iniziato alla pratica: "Il dottor Ferrari lo conosco, ma non è vero che ho preso farmaci da lui e che mi ero già dopato nel 2010. Io l'ho contattato nel 2009 quando mi ero ritirato. Nel 2010 mi sono gestito da solo, gli ho chiesto solo consigli tecnici per allenamenti. Ma da inizio 2011 non l'ho più sentito. Quando vinci pulito pensi che puoi farcela sempre, poi cresci e pensi che non puoi farcela più. Mi dispiace per il mio allenatore, spero possa perdonarmi. Non ho detto nulla per non coinvolgere nessuno. Sono andato all'estero per non tirare dentro altri, visto che qui con le intercettazioni è difficile non essere scoperti. In Turchia ci sono andato a settembre 2011, ad Antalya, per tre giorni: lì non serve la ricetta. Paghi e basta. Se avessi saltato il controllo, tutto questo non sarebbe successo, ma a Londra non ci sarei comunque andato a fare la 50 km, non ne avrei avuto il coraggio. A Carolina l'ho detto per prima, poi ai miei genitori, non appena mi è arrivata la notifica da Londra. Il 1 maggio 2010 ho fatto una gara e ho avuto dei contatti con Ferrari. Perché sono andato a cercare Ferrari? All'epoca non avevo intenzione di doparmi, ma volevo una preparazione che avesse senso, perché in Italia se gara va bene è merito di tutti, se va male l'atleta è debole di testa. Mi servivano delle tabelle di allenamento. Volevo dare un senso per un anno al culo che mi faccio ogni giorno. Ferrari è un grandissimo allenatore, per doparsi si può andare anche da un'altra parte. Perché tutti i ciclisti vanno da lui? Perché ci è andato Armstrong? Ora per vincere non serve solo doping, servono allenamenti seri e duri. Da chi dovevo andare? Ditemelo voi? Ditemi un tecnico di valore. Ora non voglio attaccare nessuno, voglio cambiare pagina. La federazione però da questo resta fuori".

Ed escono le pressioni, i motivi che hanno spinto un atleta amato da tutti a cadere in questo stupido errore: "Non sapete quante volte a casa ho detto che volevo smettere e tutti a dirmi che dovevo andare avanti, che avevo il potenziale per essere il più forte. Pressioni e sacrifici. Non avete idea quanti sacrifici servono per una sola gara. E se va male sei un coglione. Non voglio essere più giudicato per una prestazione. Sono stufo. Sogno una vita e un lavoro normale. Carolina compete perché ama il suo sport, io perché ero bravo in quello sport, ma non mi piaceva allenarmi per 35 ore la settimana, non ce la facevo più. Tutti vedono solo la gara e la vittoria, ma dietro ci sono allenamenti pazzeschi e sacrifici di anni. E non ne potevo più. Non è bello aspettare di restare solo in casa, con la fidanzata che va a fare allenamento per andare in bagno e farsi l'iniezione di Epo in vena. Non lo sa nessuno. Tante volte ho letto che ero scoppiato, facevo pubblicità, feste: io con Carolina non ho alcuna rivalità, in questi giorni non mi ha lasciato mai solo. Non ho rivalità con lei, ma dopo che per 10 anni ti fai un mazzo così e alla gara X ti ritiri e leggi tante cose, non ce la fai più. E se non avessi vinto la medaglia? Cosa sarebbe successo? Chi l'avrebbe vinta la medaglia? Ecco, a tutto questo non reggevo più".

E ai ragazzi dice: "Io spero che i giovani mi seguano nel senso di non fare quello che ho fatto io. Non vale la pena di mettere tutto in gioco per un trionfo. La vita è fatta di tante cose, famiglia, amici: giocarsi tutto come ho fatto io non ha senso. A Pechino ho vinto perché ero sereno ed è quella la chiave di tutto. Mi scuso e mi dispiace, ringrazio gli sponsor che mi sono rimasti vicini in questi periodi in cui le cose non andavano. Se il Cio vuole rivalutare i miei dati dopo Pechino va bene, non ci sono tracce di doping. Ma il fenomeno è ampio. In Russia c'è un allenatore nella cui squadra, su otto atleti, sono stati positivi cinque, ma qui in Italia in problema è Ferrari. Io dico che dopo la positività c'è solo la squalifica a vita. E io non voglio sconti. Spero in futuro di essere giudicato come persona, che cercherà di fare un lavoro normale". E il CIo farà proprio così, rianalizzando i suoi valori di Pechino. Intanto, la procura di Bolzano ha aperto un'indagine su Schwazer con l'ipotesi di reato di frode sportiva. Mentre lui ha mantenuto la parola: entrato in caserma a Bologna, il marciatore ha riconsegnato pistola e tesserino dei Carabinieri. Un'uscita di scena tra le lacrime e la vergogna, giusto per un atleta che sbaglia, che ha tradito il mondo dello sport, ma non per un uomo che ha sofferto davvero una situazione difficile e che facendo questo ha tradito anche se stesso, prima che il marciatore. Merito anche di una stampa pronta ad attaccare anche chi confessa e non chi non lo fa, come accaduto sempre in passato. Ma la compassione è di un altro mondo. 

 


Daniele Petroselli



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