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E’ sempre il solito caro “vecchio” Trap. Nonostante l’età non sia più verdissima, il ct dell’Irlanda mantiene intatto il suo fascino. Sempre ben curato nell’aspetto, giacca sportiva diligentemente riposta nella cappelliera, camiciola leggera, e jeans. Un giovanotto che non smentisce la sua cordialità e la sua disponibilità anche in situazioni non ufficiali, come all’interno di un areo con destinazione Cagliari, dove prende vita una piacevolissima chiacchierata sul calcio, sui mondiali, sulla Roma, sui giocatori di oggi e di ieri.
Impossibile non parlare del Mondiale appena concluso. Dove la sua Irlanda non ha partecipato a scapito di una Francia che se possibile ha fatto anche peggio dell’Italia, con una ribellione dei giocatori contro il ct Domenech a corollario di una partecipazione disastrosa. Chissà che delusione per il Trap dover assistere al mondiale da casa. “Eh, dispiace molto anche a me. Sono certo che almeno ai Quarti di finale saremmo arrivati”. Addirittura? “Beh, considera che il nostro – prosegue Trapattoni – era un gruppo molto ben assortito. C’era tanta voglia, tanta grinta e qualche buon elemento di qualità. I ragazzi erano davvero convinti di fare bene. Dispiace.”
Ormai è acqua passata, come il discorso sulla Roma. La moglie Paola è nata nella Capitale e più volte è stata “usata” come una delle motivazioni per associare il nome di Trapattoni alla società giallorossa. E non solo.
“Sono stato vicinissimo alla Roma. Ai tempi del “povero” Presidente Viola, ma anche più recentemente con i Sensi, che avevano pensato a me per il dopo Capello. Ma al momento di concludere è sempre mancato qualcosa per chiudere l’accordo.”
Un uomo del suo calibro, con il suo palmarés avrà sicuramente chiesto garanzie. Se accetta un incarico lo fa solo per piazze dove la possibilità di vittoria finale è elevata. Trap non è certo un tecnico per squadre minori. Ha vinto ovunque, oltre che in Italia. Con il Bayern, con il Benfica, con il Salzbourg, che attendeva il titolo da diversi anni, ma che con l’allora sostegno della Red Bull, costruì una squadra niente male, trionfando. Non che a Roma mancassero del tutto simili garanzie. “C’è stato un momento in cui ero vicinissimo anche alla Lazio di Cragnotti. Ma qualcosa non mi ha convinto e poi a Roma è davvero difficilissimo vincere”. Ancora con la storia della città dispersiva?
“Vedi, la differenza con Milano, che anche essa offre distrazioni ( i locali notturni non mancano davvero nel capoluogo lombardo), è nel clima”. Nel clima? “Roma ha sei mesi di sole pieno. Una Città splendida, calda, accogliente. Che spinge ad andare in giro a godersi il ponentino e le belle serate. A Milano ad ottobre fa già un freddo cane e si sta in casa”.
Forse è vero, o più probabilmente, non aveva voglia di rivelare, ma lo ha fatto intuire declinando tutte le esperienze vincenti all’estero, che per sposarsi con la Roma forse mancavano le basi progettuali. E cita d’esempio Spalletti “Bravissimo a far fare lo scatto alla Roma. Ha ottenuto grandi risultati, ma poi quel “quid” in più, per fare il salto definitivo non è riuscito a produrlo. E non solo per colpa sua. Un gruppo, spinto al massimo per un periodo così lungo, è inevitabile che ceda. Specie a Roma dove le pressioni sono enormi”.
Allora il problema sono i calciatori. Teste matte? “Sono cambiati tantissimo. Ai miei tempi io non avevo l’agente. Oggi c’è il manager che gli progetta tutto, e hanno pretese sempre più alte, sempre più grandi”. Verità inconfutabili, magari un po’ “datate” come il calcio del Trap. Che però hanno l’odore e la fragranza delle cose buone. Semplici e vere come il suo sorriso che assume un tono amaro, di dispiacere vero per non aver potuto coronare una sorta di obiettivo, se non di sogno, quando gli si chiede se non ci fosse ancora spazio per un possibile avvento, anche da dirigente, nella Roma: ”No, davvero…ormai è troppo tardi”.