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Hemingway e il cortocircuito dell’informazione motociclistica
“Le corse motoristiche, le scalate dei monti e le corride sono gli unici veri sport. Tutti gli altri sono giochi da bambini giocati da adulti”. Questo usava ripetere Ernest Hemingway, rendendo giustizia ad attività sportive che trovano il proprio campo di gioco nel sottile filo che demarca Vita e Morte. Chissà se oggi lo scrittore de “Il vecchio e il mare”, premio nobel per la letteratura nel 1954, declasserebbe il motociclismo a “sport per bambini” vedendo tanto clamore per una frattura di tibia e perone, una coniglietta di Playboy come infermiera, le gag dei dopogara, le galline, i brodi, i pupazzi, il merchandising, la derisione sistematica degli avversari, i deliri di onnipotenza, le manie persecutorie di chi pensa che gli altri vadano forte solo per fargli uno sgarbo, i cordogli annaffiati di lacrime per uno stop di quarantun giorni che non è, come dovrebbe apparire chiaro, una chiamata alle armi per il Vietnam. Chissà cosa direbbe, ancor peggio, l’Hemingway-giornalista leggendo articoli ossequiosi come un Te Deum e imprecisi come un Rolex cinese o assistendo alla telecronaca del GP del Sachsenring e alle idolatrie giornalistiche di chi relega a un paio di dozzine di caratteri il fatto che ieri un pilota piccolo piccolo ma grande grande abbia effettuato tre giri consecutivi sotto l’1’22 disintegrando il precedente record della pista. Forse Hemingway reagirebbe come chi scrive: scrivendo. Esattamente come fece in “Addio alle armi” per esorcizzarne un altro, di orrore, ben più grande: quella guerra che usava definire “una grande porcheria”. Già, una grande porcheria. Il buon Ernest non potrebbe prestarci parole più adatte per commentare la disinformazione che dal 12 luglio – giorno dei test a Brno di Valentino Rossi in sella alla Superbike di James Toseland – è divampata su giornali, siti internet, blog di sedicenti esperti, ex-piloti da strapazzo e commentatori televisivi. Si fatica a ricordare un cortocircuito informativo di queste dimensioni nel mondo del motociclismo. Probabilmente non ha precedenti. La prestazione di Pedrosa diventa un dettaglio, il fatto che tra Rossi e Lorenzo ci sia la fossa delle Marianne in termini di punti diventa un dettaglio, che Stoner abbia tirato fuori un sorpasso all’ultima curva pulito e cattivo come un montante di Tyson è un dettaglio, persino che i tempi di Rossi con la R1 Superbike siano stati fatti con asfalto fresco, serbatoio mezzo vuoto e gomme prototipo lo è, un dettaglio. E allora via con perifrastiche (sessualmente) passive, iperboli, climax e tutto il bagaglio retorico del perfetto oratore per gonfiare come un pallone aerostatico uno che è tra i più forti della storia del motociclismo ma che non fa, da solo, il Motociclismo. Durante le telecronache si parla di “materiale da falegnameria”, neanche si fosse in caserma; Lorenzo viene dato per depresso a causa del rientro di Rossi, salvo poi ottenere la quarta pole consecutiva e il secondo posto in gara; i piloti della Superbike considerati praticamente motociclisti della domenica; i difensori del campionato delle derivate di serie bollati come “artiglieria Biaggista”; le Pirelli 561 - fornite, quelle sì, a tutti i piloti SBK a Brno – spacciate per le Evoluzione 2011 che, in realtà, solo dal prossimo anno saranno disponibili per i poveri mortali della Superbike; l’infortunio di De Puniet – lo stesso subìto da Rossi al Mugello – ritenuto un fastidio perché obbliga a sospendere la gara. La cosa che conta, l’unica cosa che conta, è che Rossi ieri si è piazzato quarto al rientro da un infortunio. È curioso che, per dirlo, la formula più gettonata nelle redazioni sportive di gran parte delle testate giornalistiche sia “sfiorare il podio”. Rossi ha sfiorato il podio. C’è la parola Rossi, c’è la parola podio. Può andare. Stoner sul podio ci è finito. Lorenzo sul podio ci è finito. Pedrosa per una volta ha provato persino la sensazione di essere il più alto di tutti. Ma la notizia è lo sfioramento. Neanche un Tinto Brass prestato occasionalmente alle cronache motociclistiche avrebbe saputo fare di meglio. Ernest, si dissocia: “Voglio continuare a scrivere il meglio e il più sinceramente che posso finché morirò”. Anche noi.