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10-01-2012 // Approfondimenti

Scholes e Henry: a volte tornano

Due campioni del recente passato, imboccato il viale del tramonto si fermano e tornano indietro, per assaporare ancora una volta il gusto della competizione e della vittoria
COME AI VECCHI TEMPI Henry e Scholes sono tornati a giocare con l'Arsenal ed il Manchester United

Alzi la mano chi non ha sperato di poter vedere ancora una volta in campo, con la stessa maglia di quando ci avevano salutato per l'ultima volta, campioni come Baggio, Falçao, Maradona, Platinì, Maldini, Baresi, Bergomi. Magari è il sogno di chi li ha visti giocare quando era solo un bambino o poco più e vorrebbe "assaporarli" da adulto, come quando si consuma un gran vino d'annata, osservandone ogni loro mossa, centellinandola come si farebbe sorseggiando dalla coppa.

 

Ebbene questa opportunità è stata data in questi giorni ai tifosi del Manchester United prima e dell'Arsenal poi. Due mostri sacri, due totem, due autentici idoli in carne ed ossa come Paul Scholes e Thierry Henry sono tornati a vestire in una gara ufficiale la maglia delle squadre che li hanno resi eterni. Ed in gare ufficiali, quelle di FA Cup, non in esibizioni amichevoli.

 

Di fatto solo uno di loro, Scholes, aveva annunciato il ritiro dal calcio giocato. Lo aveva fatto dopo aver perso la finale di Champions con il Barça a Wembley il 31 maggio dello scorso anno, dopo venti anni di solo United. Probabilmente per uno come "Silent Hero" (il soprannome che gli hanno dato i tifosi dello United) abbandonare "da sconfitto" l'attività a 37 anni, pur con un palmarés mostruoso come il suo, deve essere stato un tarlo che gli rodeva dentro. Di fatto ha continuato, dopo il ritiro, nello staff di Sir Alex Ferguson ad avere il contatto diretto con la squadra, con il campo, con il sudore, allenandosi. Ma rivederlo in campo domenica pomeriggio nel derby contro il Manchester City valevole per il terzo turno di FA Cup (vinto 2-3) è stata una splendida sorpresa, anche per i compagni di squadra che ignari, lo hanno visto indossare la maglia 22 dei Red Devils il giorno della partita. Felicissimo del ripensamento è Ferguson, tanto per la stima nei confronti di uno dei centrocampisti più forti degli ultimi venti anni almeno, quanto per il momento contingente del Manchester United, bersagliato dagli infortuni e da una stagione incerta, soprattutto nel gioco, che li vede già sorprendentemente fuori dalla Champions e dalla Carling cup, con i cugini del City lanciati verso il titolo ed un secondo posto in campionato aggredito dal prepotente rientro del Tottenham. L'abilità e l'esperienza di uno come Scholes potrebbero essere un fattore per il prosieguo della stagione, se non altro per l'entusiasmo che ha generato il suo ritorno, coinciso con una vittoria fondamentale. Chissà se a maggio deciderà di dire addio per sempre o continuare ancora un po', magari (scenario romanzesco) per qualche mese, come fuori quota della nazionale olimpica di Gran Bretagna alle Olimpiadi di Londra.

 

L'altro "figliol prodigo" è Thierry Henry. Il suo caso differisce da quello di "Silent Hero" perché è di fatto ancora in attività, seppure nella "periferia" del calcio. Una periferia comunque ricca come la Major League Soccer americana dove il francese, passato (e incompreso) pure da queste parti con la maglia della Juventus, gioca gli spiccioli di una carriera splendida con la maglia dei New York Red Bulls cui è legato da un contratto pluriennale e faraonico. La MLS è ferma in questo periodo, in attesa dell'avvio della nuova stagione. Per non perdere la condizione atletica e rimanere "competitivo", Henry sceglie a sorpresa il ritorno a casa. La sua casa. L'Arsenal nel quale ha giocato undici anni dal 1999 al 2010 vincendo tutto in Inghilterra per poi approdare al Barça e vincere tutto nel mondo. Ora questa opportunità di un paio di mesi, prima di tornare negli states. Ma chissà... Il suo "back in action" con i gunners è comunque già una pagina da "libro cuore". Rientra il giorno della sfida da dentro o fuori nel terzo turno di FA Cup con il Leeds, avversario dal blasone decatudo ed in cerca di riscatto. Partita bloccata, forse segnata, di quelle che se ti va bene si va al replay match, ma per come s'è messa la beffa di una eliminazione sembra essere dietro l'angolo. Lui entra a venti minuti dal termine, ne fa passare dieci per riprendere confidenza, poi, con la stessa sapienza di sempre, la stessa classe ammirata dai suoi tifosi fino a cinque anni prima, decide l'incontro con il classico diagonale di interno destro, come ha fatto decine di volte nel vecchio Highbury, che lo ha visto protagonista e padrone assoluto per dieci anni. Stavolta ad incorniciare il pezzo di bravura è lo splendido Emirates, la nuova casa dell'Arsenal, ma l'emozione è la stessa di qualche anno fa, quando nel vecchio stadio alzava coppe e trofei. Forse è anche più intensa e gliela si poteva leggere in volto. Due mesi, quindi, iniziati alla grande, due mesi nei quali gli capiterà anche di poter affrontare il Milan negli ottavi di Champions League. Ancora due mesi di Titì nel grande, grandissimo calcio.

 

Per un tifoso di calcio storie del genere sono l'emanazione concreta di quel romanticismo che ancora, raro ma profondo, resiste in questo sport. In mancanza di una macchina del tempo che ci riporti nel passato, alle gesta degli eroi della nostra infanzia, o della scoperta dell'elisir di lunga vita che possa allungare all'infinito le carriere dei Totti e dei Del Piero, ci accomodiamo davanti la tv (ma sarebbe ancor più bello in tribuna all'Emirates o all'Old Trafford) ed ammiriamo questi due mostri sacri, che a volte tornano.


Mirko Graziani



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