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Grazie Luis, ma in Italia il punto è buono
"Trabajo y sudor. Vincere attraverso la nostra proposta di gioco non sarà la via più semplice ma secondo me è quella che paga di più nel tempo". Spartito firmato Luis Enrique. Dal ritiro estivo di Riscone al giorno precedente alla trasferta di Lecce. In mezzo, poche vittorie esaltanti, tante sconfitte e parecchie umiliazioni per i tifosi della Roma in una stagione in cui tutti gli obiettivi sono sfumati ancor prima di avvicinarli. Eliminati dall'Europa League dallo Slovan Bratislava, campionato slovacco e in posizione 128 nella classifica della IFFHS a pari merito con i coreani del FC Seoul. Ok, il ritiro era iniziato da meno di un mese e molti nuovi acquisti non erano arrivati. Luis Enrique lascia fuori Taddei, Heinze, Totti e Borriello, preferendo loro Cicinho e Cassetti (centrale) in difesa, Brighi, Viviani e Simplicio a centrocampo e Okaka e Caprari con Bojan in attacco. Persa l'Europa in cui si era qualificati (e per la cui finale tutti abbiamo applaudito il successo di Simeone e l'utopia basca guidata da Bielsa), è arrivato il campionato. Che ha respinto Luis Enrique e la sua proposta di gioco nel modo più facilmente prevedibile. Poche squadre in Italia sanno costruire un'azione dalla difesa, ma tante sanno schierarsi dietro e portare a casa il risultato attraverso l'attenzione e i reparti corti. E come il meno furbo dei topi che sognano il formaggio, l'asturiano è caduto subito nelle trappole degli allenatori italiani.
Novanta minuti e Ficcadenti è uscito dall'Olimpico con tre punti. Linee basse, centrali forti nel gioco aereo, fallo tattico e contropiede. La sintesi perfetta del gioco all'italiana. Poi sono arrivati due pareggi, con l'Inter peggiore degli ultimi settanta anni e col Siena di Sannino in casa, gol di Vitiello all'88'. Le vittorie con Parma e Atalanta portano la Roma dalla Lazio in buono stato. Reja però riesce a rimontare il primo derby della sua vita dopo che a Osvaldo erano bastati cinque minuti per il vantaggio. Stavolta con un modus operandi diverso: palla regalata a Stekelenburg e pressione alta su Kjaer (poi espulso) e Heinze. Il Genoa di Malesani a Marassi invece preferisce rimanere tutta la partita dentro la propria metà campo: è ancora sconfitta per la Roma, 2-1 firmato Kucka in mischia dopo infinito possesso palla e il pareggio di Borini, raggiunto quando in campo c'erano anche Borriello, Osvaldo e Bojan ed erano iniziati i cross in area per i centravanti fisici.
Prima delle sconfitte con Udinese e Fiorentina era arrivata quella con il Milan per manifesta superiorità, come affermato dallo stesso Enrique, e c'erano state le vittorie con Novara (San Stekelenburg su Meggiorini scappato a Cassetti, di nuovo centrale con Heinze in panchina per motivi disciplinari) e Lecce. Guidolin e Delio Rossi ripropongono lo schema "palla alla Roma", chiudendo ogni spazio negli ultimi quaranta metri con linee corte e ripartenze veloci. Un invito a nozze per Di Natale, Armero e Isla.
Nella partita più difficile, vista anche l'emergenza, parte il momento migliore per i giallorossi. Contro la Juventus all'Olimpico, 1-1 e rigore fallito da Totti, sembra essere la svolta della stagione: da lì esce fuori la Roma che era nelle idee di Luis Enrique, fusa con qualche accorgimento funzionale in Serie A: Osvaldo e Lamela sugli esterni iniziano ad essere i primi difensori, Gago e Pjanic alzano la linea del pressing sulla trequarti avversaria impedendo la precisione nelle ripartenze. Senza l'opportunità di scaricare la palla ai centrocampisti, ecco le difficoltà di impostazione per difensori come Campagnaro, Portanova, Cesar o Von Bergen. Una serie di quattro vittorie (Napoli, Bologna nel recupero della prima giornata, Chievo e Cesena) e tre pareggi (Juventus, Catania nel diluvio e ancora Bologna) tra metà dicembre e inizio febbraio che sembrava aver definitivamente lanciato la Roma nella rincorsa all'Europa.
C'ha pensato di nuovo il Cagliari, stavolta di Ballardini e di un fenomenale Thiago Ribeiro, a riaffossare il morale romanista, in una partita anche sfortunata. E c'è da riconoscere che a Luis Enrique quel pizzico di fortuna è mancato. E' gennaio, tempo di mercato e la società stavolta non aiuta il tecnico con i rinforzi necessari: Sabatini a gennaio non acquista un difensore centrale e un esterno dopo l'infortunio di Burdisso e i limiti mostrati da Rosi e Josè Angel. Prende Marquinho dal Fluiminense: ora il brasiliano si sta dimostrando un buon giocatore, ma ha avuto bisogno di un mese e mezzo per adattarsi e ritrovare la miglior forma. Con l'Inter di Ranieri arriva un 4-0 che fomenta e illude. Da allora però il pressing alto che manda in crisi gli avversari non si vedrà più.
Da Siena in avanti sarà una continua montagna russa. "Siamo stati irregolari per tutto il campionato", l'ammissione di Luis più volte ripetuta ai media. In Toscana Sannino propone il remake dell'andata: squadra bassa e chiusa negli ultimi trenta metri. Kjaer contro Destro in apertura di ripresa bissa la frittata del derby e regala la vittoria ai senesi. Sterile possesso palla e zero tiri in porta, due mischie nel recupero e nulla più. Il disastroso 4-0 di Bergamo e il secondo derby perso iniziano a incrinare qualche animo tra i tifosi: la Roma perde la seconda stracittadina, nella stessa stagione non accadeva da quindici anni, come la mancata qualificazione nelle coppe europee. Arrivano due vittorie anche un po' all'italiana: con Palermo e Genoa, Borini e Osvaldo timbrano nei primi minuti e dopo qualche raddoppio fallito, la squadra gestisce la partita abbassando il baricentro nei secondi tempi. La disfatta di Milano porta la firma di Mazzoleni di Bergamo, ma proteste zero, quando tutto il resto della A si lamenta e a turno ottiene qualcosa.
Dopo la vittoria col Novara, arriva il crollo di Lecce: Muriel sbriciola la Roma, 4-2 con i gol di Lamela e Bojan che arrivano nel finale quando Cosmi, come già fatto da Delio Rossi e Colantuono, ha già chiesto ai suoi di non infierire. Ennesima umiliazione e stavolta Luis Enrique resta a guardare: dall'1-0 leccese si siede in panchina e li rimane immobile, nessuna sostituzione. Probabilmente da quel giorno si è insinuato in lui il tarlo di lasciare, nonostante la domenica successiva contro l'Udinese i tifosi siano ancora lì, a spingere la squadra verso un terzo posto ancora incredibilmente raggiungibile nel campionato più livellato, verso il basso, di sempre. La partita con la Fiorentina salta per la morte di Morosini, a Torino contro la Juventus si raschia il fondo del barile: fuori Totti, squadra senza anima dal primo minuto e Vidal imperversa come vuole. Altro 4-0, stavolta i tifosi iniziano a non perdonare più e tre giorni dopo la sconfitta in casa con la Fiorentina è la fine di tutto. Luis si vuole dimettere a quattro giornate dalla fine, Baldini gli chiede di chiudere il campionato e lo spagnolo accetta.
E' una storia in cui tutti hanno capito poco di tutto: i giocatori non hanno capito fino in fondo Luis Enrique, l'allenatore non ha capito che non aveva il materiale umano per cercare di proporre il suo gioco ma non ha modificato il suo lavoro, la società non ha capito che a gennaio andava rifatta la difesa e senza difesa in A non vai da nessuna parte, Barzagli-Bonucci-Chiellini docet. Chi alla fine dovrà capire come sempre saranno i tifosi. Quelli che "Sono sempre ad un livello altissimo" come riconosciuto da Luis Enrique. "Arriveremo al loro livello lavorando, col tempo", sempre sue parole. Peccato che nel calcio il tempo non esiste e contano gioco e risultati. E il pareggio a volte è buono: meglio 14 pareggi che 14 sconfitte (quelle della Roma quest'anno in campionato), chiedere a l'imbattuto Conte. I tifosi saranno quelli che si metteranno l'anima in pace domenica sera e che, aspettando i verdetti dei tribunali, già dai primi di luglio saranno sempre lì a sostenere il prossimo allenatore e le sue idee. Quest'anno le idee sembravano tante, se ne sono viste davvero poche e ben confuse. Zero risultati, "zero titoli" come amava dire Mourinho. Uno che non ha dato un gioco chiaro, ma ha capito subito l'Italia e la Serie A, ha capito giocatori e tifosi, ha vinto al primo anno, ha vinto tutto.