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13-08-2012 // Approfondimenti

Olimpiadi: Londra tra leggende, gioie e dolori

Bolt e Phelps nella storia, ma sono soprattutto i Giochi delle donne. Tra gli azzurri tante conferme ma anche sorprese e delusioni. Nuoto e Schwazer su tutti

La mattina dopo la sbornia, il giorno successivo alla grande scarica di adrenalina. Finite le Olimpiadi, per tanti è come se fosse un vuoto di sport improvviso dopo 16 giorni di pieno assoluto. Per tutti tanti pensieri, emozioni, gioie e delusioni. Di certo è stata un'Olimpiade particolare, come lo sono tutte le edizioni.

E' stata l'edizione delle donne, con tutti i 204 Paesi che hanno portato almeno una doona in gruppo, soprattutto queli islamici, per la prima volta nella storia capaci di aprire una piccola breccia in un muro duro da abbattere. Solo 80 secondi, ma l'immagine della judoka saudita Wojdan Shaherkani con il velo hanno lanciato un messaggio potente al mondo, come solo i Giochi sanno fare. E' stata l'Olimpiade di Bahrain, Cipro, Botswana, Portorico, Grenada, Gabon e Guatemala, per la prima volta nel medagliere, ognuna con storie particolari da raccontare nel lungo romanzo dei Giochi.

Rimarranno per sempre le imprese di Usain Bolt e Michael Phelps, due personaggi quantomai diversi ma accomunati da un destino vincente. Il giamaicano sbruffone, osannato dalle folle, capace di portare a casa un tris d'oro in due edizioni consecutive ma pronto anche a stravolgere tutto nel suo futuro, a reinventarsi. Per il gigante di Baltimora una sfida ancora vinta prima di dire addio a tutto e tutti, un record inimmaginabile di 22 medaglie complessive (18 ori) che lo ha portato direttamente nella storia delle Olimpiadi come il più titolato di sempre, mandando in soffitta la ginnasta sovietica Larisa Latynina (1956-1964), 18 medaglie olimpiche complessive e leader indiscussa prima dell'arrivo dell'americano.

E' stata l'Olimpiade di Mo Farah, campione di 5mila e 10mila metri, simbolo dell'integrazione, che con il suo abbraccio a fine gara alla paffuta figlia ha fatto scendere più di qualche lacrima. Ma anche quella di David Rudisha, che negli 800 ha riscritto la storia di questo sport, fatto di lepri e tatticismo esasperato. Lui non ha avuto bisogno di nulla di tutto questo, mentre agli avversari forse sarebbero servite altre due gambe supplementari. Quelle che non ha Oscar Pistorius, tornato in Sudafrica senza medaglie ma con la gioia nel cuore di chi ha esaudito il sogno di correre con i normodotati, di essere normale tra i normali, alla faccia di chi lo colpevolizza di correre con due protesi metalliche al posto delle gambe che non ha, ritenendo che gli portino vantaggi per il solo fatto di non accumulare acido lattico. Lui di sicuro quel dolore ai muscoli sarebbe stato felice di provarlo, come tutti, ma gli è stato tolto da un destino beffardo di cui lui a sua volta si è vendicato. E' stata l'Olimpiade di Missy Franklin, yankee di 17 anni che nel nuoto ha stupito tutti per risultati e simpatia. Quattro ori e un bronzo da riportare in California, pronta a subentrare al Phelps nel cuore degli appassionati. ma anche quella di Ryan Lochte, che ha animato i primi giorni di gare annichilendo il compagno più titolato prima di ritornare mestamente nell'ombra ma con 2 ori, 2 argenti e un bronzo. Da oggi il futuro è suo, ma il palcoscenico di Londra non era cosa per lui. Ma anche quelli di Kayla Harrison, 22 anni che sul tatami ha sfogato tutta la sua rabbia per un passato fatto di violenza (a 13 anni violentata dal suo allenatore). E se volete anche i Giochi degli otusider come il Messico, che nel calcio sembravano la vittima sacrificale all'altare del Brasile stellare ma capace di abbatterlo in un sol colpo, soffrendo fino alla fine, dimostrando di non essere solo genio e sregolatezza ma gruppo, come nel vero spirito olimpico. L'Olimpiade dei risultati eclatanti come quelli della cinese Ye Shiwen, che nei 400 misti vola sull'acqua anche più forte di Phelps, facendo tornare alla mente l'ombra di un passato oscuro e che tutti non vogliono più ricordare, chiedere alla Germania.

Ma è stata l'Olimpiade della Gran Bretagna, mai così titolata nella sua storia dal 1908 e che davanti al suo pubblico è tornata impero. Una squadra fata di storie belle, toccanti, come quella di Gemma Gibbons, argento nel judo e pronta a dedicare subito la medaglia alla madre morta quando aveva 17 anni. Come quella di Andy Murray, che con i tornei del Grande Slam ha sempre avuto un rapporto difficile ma che è riuscito a prendersi sull'erba verde di Wimbledon quella rivincita che sognava, battendo non uno qualunque ma "La Storia", Roger Federer.

Che dire dell'Italia, che se ne torna a casa con un bronzo in più rispetto a Pechino ma anche con un pizzico di rabbia e amarezza. Come quella per Alex Schwazer, che con il suo fermo per doping ha sconvolto tutta la compagnia ma che non ha cancellato tutte le storie e le gioie di questa edizione. A partire da Jessica Rossi, ventenne terribile che col suo fucile ha stracciato record impensabili. Un'Italia di precisione, armata e vincente. Oltre metà del bottino viene da arco, tiro a volo, carabina e fioretto, disciplina su cui si può contare sempre e che da sola ha portato un quarto di tutte le medaglie azzurre. E' stata l'Olimpiade di un mito come Valentina Vezzali, bronzo nell'individuale e oro a squadre ma che vuole spostare l'asticella ancora più in là, a quella Rio che tra 4 anni tornerà a far emozionare gli psortivi di tutto il mondo. Ma è stata anche l'edizione del Settebello, dei pugili Mangiacapre, Russo e Cammarelle, pronti a lottare non solo con gli avversari ma anche con quei giudici che con un pizzico di malizia si sono fatti beffe di loro per consegnare ad altri uno scettro che gli spettava. Come quella del volley maschile, che dopo un bronzo tanto sofferto ha in testa un solo nome, quello di Bovolenta, uno di loro che non c'è ma è come se lo fosse lo stesso. E' l'Olimpiade della normale timidezza di Niccolò Campriani e dell'esplosività di Daniele Molmenti e Rosalba Forciniti. Non lo è stata per il nuoto, con Pellegrini e compagni incappati in una debacle storica dalal quale può ripartire solo con il duro lavoro e senza tanto protagonismo. Come non lo è stata per il tennis, con Schiavone, Pennetta, Errani e Vinci, orgoglio di una racchetta azzurra ancora viva ma che si è persa nell'appuntamento principe. Lo è stata comunque invece per Vanessa Ferrari e Tania Cagnotto, le cui lacrime di delusione per verdetti beffardi non ha cancellato la classe immensa frutto di sacrifici immensi. Così come del livornese Andrea Baldini, ad un passo dal sogno di vendicare quella Pechino negatagli da un doping mai chiaro, e di Josefa Idem, eterna ragazza capace di mostrare muscoli e voglia da ragazza, adolescente tra adolescenti, come Di Donato, che nel triplo ha trovato la zampata di una carriera che sembra non finire mai a dispetto delle 36 primavere. E da oggi si ricomincia, con un pensiero fisso nella testa, per cui sacrifici e duro lavoro valgono più di ogni altra cosa. Ora si pensa a Rio, si ricomincia a sognare.


Daniele Petroselli



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