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15-06-2009 // Inchiesta

Rugby maglia nera del doping

In attesa dei dati sul 2008, ecco cosa dicono i risultati nazionali e internazionali. La percentuale dei casi positivi nella palla ovale supera calcio e ciclismo. Ma intanto si abbassa la guardia

L'uso di sostanze o medicinali con lo scopo di aumentare artificialmente il rendimento fisico e le prestazioni dell'atleta, più conosciuto come doping, è entrato nel rugby a metà degli anni ‘90 con il professionismo. Già dagli anni ‘80 però si faceva uso di sostanze più o meno lecite. Si racconta che nei prepartita si bevesse olio di canfora o più semplicemente cinque o sei caffè. Solo nel 2003, anno della coppa del mondo, c'è stata una presa di coscienza generale, grazie all'applicazione del codice WADA sui prodotti dopanti da parte dell'Irb (International rugby board). Il Codice viene aggiornato ogni anno, e viene adottato dalle altre federazioni e in molti paesi (vedi l'Italia con la legge 14 dicembre 2000, n. 376).

Nel mondo del rugby, come ci dice un dottore del CONI e della Fir: "il doping si può dividere in due tronconi: quello amatoriale, che segue le abitudini della società moderna, nella quale uso di cannabis e cocaina è sempre più diffuso e quello dei professionisti, che sono sempre alla ricerca della massima prestazione, dove le sostanze più utilizzate sono ormoni e anabolizzanti".

Analizzando i risultati dell'attività della Commissione per la vigilanza e il controllo sul doping per la tutela della salute e delle attività sportive del Ministero della Salute (CVD), possiamo vedere che il rugby ottiene la maglia nera del doping. Nel 2005, su 1560 atleti di 39 federazioni diverse controllati, i casi di positività ammontano al 2,1%. Per quel che riguarda la Fir, 80 sono stati gli atleti controllati e le positività accertate corrispondono al 5% del campione (e al 12,5% sul totale dei casi di doping accertati nelle varie federazioni). Dato preoccupante, analizzando anche i dati degli altri sport, come il calcio (0,6%) e il ciclismo (2,7%) che presentano una percentuale nettamente inferiore. Nel 2006 le cose non cambiano: aumenta la media delle positività riscontrate, che passa al 2,5%,mentre quella del rugby diminuisce al 4,7% rimanendo comunque in testa della speciale e poco gloriosa classifica delle federazioni "dopate". Sempre secondo i dati del CVD, le sostanze dopanti più diffuse risultano i cannabinoidi e gli stimolanti, ma per quel che riguarda il rugby risulta frequente anche l'uso di anabolizzanti.

Le conferme arrivano anche dalla Francia per voce della Afld (Agenzia francese per la lotta contro il doping) che, nel bilancio riguardante i controlli nel quarto trimestre 2008, ha rilevato su 312 rugbysti controllati 12 casi di positività, ossia il 3,5%. Anche in questo caso, il rugby si attesta al primo posto, a confronto con le altre federazioni come calcio e ciclismo che contano una percentuale rispettivamente di 1,5 e 2,4. Da rilevare che le sostanze utilizzate risultano essere sempre le stesse: cannabinoidi, anabolizzanti e stimolanti. Questi dati sono avvalorati dalle analisi fatte dall'Irb, che confermano che su 30 casi di positività rilevati dal 2004 al 2008, ben 15 sono dovuti a stimolanti o/e cannabinoidi, mentre il restante ad anabolizzanti.

Secondo un preparatore atletico della Fir, "nel rugby le sostanze dopanti più comuni sono: i cannabinoidi, usati prevalentemente a livello amatoriale ma non per la pratica sportiva; gli stimolanti come caffeina, amfetamina e efedrina, utilizzati per aumentare il livello di vigilanza, ridurre il senso di fatica e per aumentare il livello di agonismo e aggressività; infine gli anabolizzanti, che accrescono lo sviluppo muscolare, potenziando la forza fisica e la resistenza allo sforzo. Gli effetti negativi sono molti e possono variare dai disturbi psichiatrici e neurologici fino ad arrivare a gravi problemi per l'apparato cardiovascolare ed endocrino".

Il caso che ha toccato la nostra federazione più di recente è quello di Fabio Staibano, pilone ventiseienne attualmente in forza al Castres (squadra di prima divisione francese), che nel 2007, in alcuni test svolti dal Coni durante il ritiro premondiale della nazionale in Val d'Aosta, è stato trovato positivo a cocaina e cannabinoidi . Per lui non è scattata nessuna sanzione ufficiale visto che, secondo le regole Wada, la cocaina e i cannabinoidi non sono sanzionabili fuori gara.

Ma il caso più eclatante al livello internazionale risale al 2003, quando in Romania un'intera squadra di rugby è stata trovata positiva al nandrolone. Il club in questione è l'Universitatea Remin Baia Mare, che non è stato ammesso al campionato e retrocesso mentre per i giocatori risultati positivi (ben 17 su 20) sono stati squalificati per due anni.

Alla luce di questa analisi, che mostra il rugby come uno degli sport più dopati, fa discutere la decisione presa dal comitato che sovrintende il Torneo del Sei nazioni di non introdurre nel 2009 i controlli ematici, facendo marcia indietro rispetto alle altre federazioni. La decisione è stata presa perché "durante l'ultima Coppa del Mondo nel 2007 non sono state riscontrate positività con questo tipo di analisi". I test dunque hanno riguardato i soli campioni di urine, tralasciando i test sul sangue che invece in altri sport, come ad esempio il ciclismo, hanno portato a più di quaranta casi di positività nel solo 2008. Dunque la decisione presa getta ombre su uno sport che da sempre vuole rimanere poesia di sacrificio e di sani principi in un mondo dominato dal Dio Denaro e che invece si concede il lusso di allentare la presa su quello che è un vero e proprio male moderno, il doping. Un lusso che, visti i risultati, il rugby non può proprio concedersi.

 

Francesco Monti

Daniele Petroselli 



Dati 2007 del Ministero della Salute
Dati Internazionali aggiornati al 2007




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